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mercoledì 5 ottobre 2011
Ragione e passione
E la sacerdotessa parlò nuovamente e disse: Parlaci della Ragione e della Passione.
Ed egli rispose, dicendo:
La vostra anima è spesso un campo di battaglia dove giudizio e ragione si scontrano con l'appetito e la passione.
Potessi io essere il conciliatore nelle vostre anime, in modo da convertire la discordia e la rivalità tra i vostri elementi in unità e armonia!
Ma come potrò farlo, se non siete anche voi i vostri conciliatori, anzi gli amanti di ogni vostro elemento?
Ragione e passione sono il timone e le vele della vostra anima navigante.
Se le vele o il timone si spezzano, non potrete che beccheggiare e andare alla deriva o restar fermi in mezzo al mare.
Poiché se la ragione governa da sola è una forza che imprigiona, e la passione, incustodita, è una fiamma che brucia fino a distruggersi.
Perciò la vostra anima esalti la ragione fino al culmine della passione, di modo che essa possa cantare;
E con la ragione diriga la passione, di modo che la vostra passione possa vivere e rivivere attraverso le sue quotidiane resurrezioni, e come la fenice risorgere dalle proprie ceneri.
Vorrei che consideraste l'appetito e il giudizio come due graditi ospiti nella vostra casa.
Certo, non onorereste un ospite più dell'altro; poiché chi avesse più riguardi per uno dei due perderebbe l'affetto e la fiducia di entrambi.
Quando, tra i colli, sedete alla fresca ombra dei bianchi pioppi, e vi sentite parte voi stessi della pace e serenità dei campi e prati lontani - vi sussurri allora il cuore: "Dio poggia sulla ragione".
E quando arriva la tempesta, e il possente vento scuote la foresta, e tuoni e lampi proclamano la maestà dei cieli - dica allora con ammirato timore il vostro cuore: "Dio si muove nella passione".
E giacché voi siete un alito nella sfera di Dio e una foglia nella sua foresta, così voi pure dovreste riposare nella ragione e muovervi nella passione.
(Khalil Gibran)
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giovedì 22 settembre 2011
Illusione dell'illusione
Proviamo per un momento a prescindere dalla nostra propria "realtà", consideriamo la nostra esistenza empirica, così come quella del mondo in generale, come la rappresentazione prodotta in ogni istante dall'essere originario: ecco che il sogno acquista il significato di ILLUSIONE DELL'ILLUSIONE, ovvero come una soddisfazione ancora maggiore del desiderio di illusione. Per questa stessa ragione il nucleo intimo della natura ricava quell'indescrivibile piacere per l'artista ingenuo e l'opera d'arte ingenua, che ugualmente è solo "illusione dell'illusione". RAFFAELLO, per l'appunto uno di questi ingenui mortali, ha rappresentato in un dipinto allegorico tale estinguersi dell'illusione nell'illusione, il processo originario dell'artista ingenuo e al tempo stesso della cultura apollinea. Nella parte inferiore della sua TRASFIGURAZIONE, con il giovane invasato, gli uomini che lo portano disperati, i giovani impauriti e sconvolti, egli ci offre la raffigurazione dell'eterna sofferenza originaria, unico fondamento del mondo: "l'illusione" è il riflesso dell'eterno contrasto, padre di tutte le cose. Da questa illusione si eleva, come un effluvio d'ambrosia, un nuovo mondo dell'illusione, simile a una visione, del quale coloro che sono irretiti dalla prima illusione non vedono nulla... un luminoso fluttuare nell'estasi più pura e nell'intuizione priva di sofferenze, che si irradia da occhi distanti. Ci troviamo di fronte, nel massimo simbolismo artistico, a quel mondo apollineo di bellezza e all'orribile saggezza di Sileno che gli fa da sfondo e affermiamo, per intuizione, la loro reciproca necessità. Apollo tuttavia si manifesta ancora una volta come la deificazione del "principium individuationis", soltanto nel quale si compie il fine eternamente raggiunto dell'io originario, la sua alienazione nell'illusione; con gesti solenni egli ci mostra come sia necessario tutto l'universo della sofferenza, affinché per mezzo di essa il singolo sia spinto alla creazione della visione liberatrice e poi, immerso nella contemplazione della stessa, possa andarsene tranquillo sulla sua barca che oscilla in mezzo al mare.
(Friedrich Nietzsche)
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domenica 14 agosto 2011
Il cavaliere e il serpente
C'è un proverbio che dice: "l'opposizione dell'uomo di conoscenza è preferibile all'approvazione dell'imbecille".
Io, Salim Abdali, attesto che ciò è vero tanto nelle sfere superiori quanto in quelle dei livelli inferiori dell'esistenza. Questa verità è evidenziata nella tradizione dei saggi, che hanno trasmesso il racconto del cavaliere e del serpente.
Un cavaliere vide dall'alto del suo cavallo un serpente velenoso infilarsi nella gola di un uomo addormentato, e si rese conto che se quell'uomo avesse continuato a dormire, il veleno lo avrebbe sicuramente ucciso.
Di conseguenza prese a frustare il dormiente finché non si svegliò. Non avendo tempo da perdere lo trascinò a forza sotto un albero, ai piedi del quale c'erano delle mele marce; lo costrinse a mangiarle, poi lo obbligò a bere lunghi sorsi di acqua del ruscello.
Mentre cercava continuamente di divincolarsi, l'uomo gridava al cavaliere: "Che ti ho fatto, nemico dell'umanità, per maltrattarmi così?".
Al calar della notte, finalmente, l'uomo, esausto, stramazzò a terra e vomitò le mele, l'acqua e il serpente. Quando vide ciò che era uscito dal suo corpo, capì quanto era accaduto e implorò il perdono del cavaliere.
Questa è la nostra condizione. Quando leggerete questo, non confondete la storia con l'allegoria, ne l'allegoria con la storia. Coloro che hanno ricevuto la conoscenza hanno in cambio delle responsabilità. Coloro che non l'hanno ricevuta non ne hanno, indipendentemente da quello che pensano.
L'uomo che era stato salvato disse al cavaliere: "Se mi avessi avvertito, avrei accettato di buon grado il tuo trattamento".
"Se ti avessi avvertito", rispose il cavaliere, "non mi avresti creduto, oppure saresti rimasto paralizzato dalla paura o saresti fuggito, oppure, ancora, ti saresti riaddormentato per cercare l'oblio. E non ci sarebbe stato più tempo".
Spronando il suo cavallo, il misterioso cavaliere si allontanò al galoppo.
Io, Salim Abdali, attesto che ciò è vero tanto nelle sfere superiori quanto in quelle dei livelli inferiori dell'esistenza. Questa verità è evidenziata nella tradizione dei saggi, che hanno trasmesso il racconto del cavaliere e del serpente.
Un cavaliere vide dall'alto del suo cavallo un serpente velenoso infilarsi nella gola di un uomo addormentato, e si rese conto che se quell'uomo avesse continuato a dormire, il veleno lo avrebbe sicuramente ucciso.
Di conseguenza prese a frustare il dormiente finché non si svegliò. Non avendo tempo da perdere lo trascinò a forza sotto un albero, ai piedi del quale c'erano delle mele marce; lo costrinse a mangiarle, poi lo obbligò a bere lunghi sorsi di acqua del ruscello.
Mentre cercava continuamente di divincolarsi, l'uomo gridava al cavaliere: "Che ti ho fatto, nemico dell'umanità, per maltrattarmi così?".
Al calar della notte, finalmente, l'uomo, esausto, stramazzò a terra e vomitò le mele, l'acqua e il serpente. Quando vide ciò che era uscito dal suo corpo, capì quanto era accaduto e implorò il perdono del cavaliere.
Questa è la nostra condizione. Quando leggerete questo, non confondete la storia con l'allegoria, ne l'allegoria con la storia. Coloro che hanno ricevuto la conoscenza hanno in cambio delle responsabilità. Coloro che non l'hanno ricevuta non ne hanno, indipendentemente da quello che pensano.
L'uomo che era stato salvato disse al cavaliere: "Se mi avessi avvertito, avrei accettato di buon grado il tuo trattamento".
"Se ti avessi avvertito", rispose il cavaliere, "non mi avresti creduto, oppure saresti rimasto paralizzato dalla paura o saresti fuggito, oppure, ancora, ti saresti riaddormentato per cercare l'oblio. E non ci sarebbe stato più tempo".
Spronando il suo cavallo, il misterioso cavaliere si allontanò al galoppo.
(Salim Abdali)
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sabato 7 maggio 2011
giovedì 10 marzo 2011
Trasfigurazione
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giovedì 3 marzo 2011
La Scuola di Atene
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