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venerdì 1 giugno 2012

Noi siamo come i frutti


Noi siamo come i frutti. Pendiamo in alto da pochi rami intrecciati e ci accade di sfiorare molti venti. Quel che noi possediamo è la nostra pienezza matura, il dolce succo e la bellezza. Ma la linfa che ci fortifica scorre in un unico tronco da una radice lontana che si è fatta immensa passando tra i mondi e in tutti noi. E se vogliamo testimoniare della sua potenza, ciascuno di noi dovrà disporne secondo la natura particolare della propria solitudine. E quanti più sono i solitari, tanto più grande sarà la solennità, la commozione e il potere della loro comunanza.

(Rainer Maria Rilke)

lunedì 14 maggio 2012

Proprio i più soli


E proprio i più soli partecipano più di ogni altro alla comunanza. Ho detto prima che dalla vasta melodia della vita alcuni apprendono di più, altri meno; di conseguenza, nella grande orchestra, a ciascuno spetta un dovere più o meno grande. Colui che percepisse l'intera melodia sarebbe al tempo stesso il più solo e il più partecipe alla comunanza. Sentirebbe ciò che a nessuno è dato sentire e solo perché lui, nella sua compiuta pienezza, comprende quel che gli altri origliano soltanto, nel buio di uno spazio fitto di vuoti.

(Rainer Maria Rilke)

lunedì 30 aprile 2012

Il più grande sarà colui...


"Il più grande sarà colui che saprà essere il più solo, il più nascosto, il più divergente, l'uomo che sarà al di là del bene e del male, il signore delle sue virtù, l'uomo straricco di volontà; proprio ciò si dovrà chiamare grandezza: saper essere altrettanto multiformi che integri, altrettanto vasti che pieni."

(Friedrich Nietzsche)

domenica 15 aprile 2012

Quanto più uno vive solo


Quanto più uno vive solo, sul fiume o in aperta campagna, tanto più si rende conto che non c'è nulla di più bello e più grande del compiere gli obblighi della propria vita quotidiana, semplicemente e naturalmente. Dall'erba dei campi alle stelle del cielo, ogni cosa fa proprio questo; c'è tale pace profonda e tale immensa bellezza nella natura, proprio perché nulla cerca di trasgredire i suoi limiti.

(Rabindranath Tagore)

martedì 21 febbraio 2012

venerdì 16 settembre 2011

Il canto notturno


È notte: ora parlano più forte tutte le fontane zampillanti. E anche la mia anima è una fontana zampillante.
È notte: solo ora si svegliano tutti i canti degli amanti. E anche la mia anima è il canto di un amante.
Qualcosa di insaziato, insaziabile è in me; che vuole farsi sentire. È in me un desiderio d'amore, che parla il linguaggio dell'amore.
Io sono luce: ah, fossi notte! Ma questa è la mia solitudine, che io sono cinto di luce.
Ah, fossi io oscuro e notturno! Come vorrei attaccarmi alle mammelle della luce!
E anche voi io vorrei benedire, piccole faville stellari e lucciole lassù! ed essere beato dei vostri doni di luce.
Ma io vivo nella mia propria luce, io bevo in me le mie proprie fiamme, che da me erompono.
Io non conosco la gioia di chi riceve, e spesso ho persino sognato che il rubare deve essere più beato che il ricevere.
Questa è la mia miseria, che la mia mano non si stanca mai di donare; questa è la mia invidia, che io vedo occhi in attesa e notti illuminate dalla brama.
O Infelicità di tutti i donatori! O oscuramento del mio sole! O voglia di desiderio! O avidità della sazietà!
Essi prendono da, me: ma tocco io veramente le loro anime? Un abisso c'è tra il dare e il prendere; e l'abisso più piccolo è il più arduo a varcare.
Fame sorge dalla mia bellezza: io desidererei recar dolore a coloro che illumino, desidererei derubare i miei beneficati: così affamato di malvagità sono io.
Ritirare la mano, quando verso di essa già si stende un'altra mano; simile ad una lenta cascata, che indugia anche nella caduta: così affamato di malvagità son io.
Tale vendetta merita la mia pienezza: tale malignità scaturisce dalla mia solitudine!
La mia gioia di donare si è estinta nel donare, la mia virtù si è stancata essa stessa della sua sovrabbondanza.
Chi dona sempre, corre il pericolo di perdere il pudore; chi distribuisce sempre, ha la mano e il cuore callosi per il troppo distribuire.
Il mio occhio non versa più lacrime per il pudore dei supplicanti; la mia mano è divenuta troppo dura per il tremito delle mani ricolme.
Dove è andata la lacrima del mio occhio e la lanugine del mio cuore? O solitudine di tutti coloro che donano! O riservatezza di tutti i luminosi!
Molti soli roteano negli spazi celesti: a tutto ciò che è oscuro, essi parlano con la loro luce; ma a me essi tacciono.
Oh, questa è l'ostilità della luce contro tutto ciò che risplende: spietata essa prosegue il suo cammino.
Ingiusto nel profondo del cuore contro tutto ciò che risplende, freddo verso i soli: così prosegue ogni sole.
Come una tempesta, i soli percorrono il loro cammino, questo è il loro andare. Essi seguono la loro volontà inesorabile, che è la loro freddezza.
Oh, voi solo, voi oscuri, voi notturni, producete il calore dai corpi luminosi! Oh, voi solamente bevete latte e conforto dalle mammelle della luce!
Ahimè, ghiaccio è intorno a me, la mia nano si scotta toccando il ghiaccio! Ahimè, sete è in me, che brama la vostra sete!
È notte: ahimè, perché devo essere luce? E sete verso il notturno? E solitudine?
È notte: ora il mio desiderio prorompe da me come un desiderio; di parole ho desiderio.
È notte: ora parlano più forte tutte le fontane zampillanti. E anche la mia anima è una fontana zampillante.
È notte: solo ora si svegliano tutti i canti degli amanti. E anche la mia anima è il canto di un amante.


(Friedrich Nietzsche)

domenica 28 agosto 2011

Tramontana è la luna


Tramontata è la luna
e le Pleiadi a mezzo della notte
anche giovinezza già dilegua,
e ora nel mio letto resto sola.

Scuote l'anima mia Eros,
come vento sul monte
che irrompe entro le querce;
e scioglie le membra e le agita,
dolce amara indomabile belva.

Ma a me non ape, non miele;
e soffro e desidero.


(Saffo)

lunedì 13 giugno 2011

Nella nebbia

Strano, vagare nella nebbia!
E’ solo ogni cespuglio ed ogni pietra,
né gli alberi si scorgono tra loro,
ognuno è solo.


Pieno di amici mi appariva il mondo
quando era la mia vita ancora chiara;
adesso che la nebbia cala
non ne vedo più alcuno.


Saggio non è nessuno
che non conosca il buio
che lieve ed implacabile
lo separa da tutti.


Strano, vagare nella nebbia!
Vivere è solitudine.
Nessun essere conosce l’altro
ognuno è solo.


(Hermann Hesse)

martedì 10 maggio 2011

In solitudine

Se si vive soli, non si parla troppo forte né si scrive troppo forte, perché si teme la vuota eco - la critica della ninfa Eco. E tutte le voci hanno un suono diverso, in solitudine!

(Friedrich Nietzsche)

venerdì 22 aprile 2011

L'amore è questo

L’amore è questo: che due solitudini si proteggano a vicenda, si tocchino, si salutino.

(Rainer Maria Rilke)

sabato 16 aprile 2011

Perché taccia

Perché taccia il rumor di mia catena
di lagrime, di speme, e di amor vivo,
e di silenzio; ché pietà mi affrena
se di lei parlo, o di lei penso e scrivo.       

Tu sol mi ascolti, o solitario rivo,
ove ogni notte amor seco mi mena,
qui affido il pianto e i miei danni descrivo,
qui tutta verso del dolor la piena.             

E narro come i grandi occhi ridenti
arsero d'immortal raggio il mio core,
come la rosea bocca, e i rilucenti           

odorati capelli, ed il candore
delle divine membra, e i cari accenti
m'insegnarono alfin pianger d'amore.

(Ugo Foscolo)

domenica 10 aprile 2011

Terzo inno alla notte

Questo inno rappresenta la trascrizione artistica dell'esperienza mistica alla tomba di Sophie: il poeta giunge alla certezza dell'esistenza di un'altra vita attraverso l'amore e la visione dei "tratti trasfigurati" dell'amata morta; per un attimo viene sollevato nel regno della notte; il legame della nascita, della vita si rompe ed egli prova indicibile gioia. La traccia duratura di quest’esperienza è la fede nella notte e nel suo sole: l'amata. Attraverso l'esperienza, sia pure istantanea, della rinascita il poeta sente di appartenere ormai al mondo del giorno e a quello della notte, a quello del finito e a quello dell'infinito.

***

Un giorno che versavo amare lacrime, che in dolore disciolta svaniva la mia speranza, ed io stavo solitario presso l'arido tumulo che in un breve oscuro spazio chiudeva la forma della mia vita - solitario come nessuno era mai stato, sospinto da indicibile angoscia - privo di forze, in me soltanto un senso di miseria, come mi guardavo intorno cercando aiuto, non potevo avanzare né indietreggiare, e mi aggrappavo alla fuggente vita, spenta, con infinita nostalgia: - allora venne dalle azzurre lontananze - dalle altezze della mia antica beatitudine un brivido crepuscolare - si spezzò d'un tratto il vincolo della nascita - la catena della luce. Svanì la magnificenza terrestre e il mio lutto con lei - confluì in un mondo nuovo e impenetrabile la malinconia - e tu, estasi della notte, sopore del cielo scendesti su di me - la contrada lentamente si sollevò; e sulla contrada aleggiò il mio spirito nuovo, liberato. Il tumulo divenne una nube di polvere - attraverso la nube io vidi le fattezze trasfigurate dell'amata. Nei suoi occhi posava l'eternità - afferrai le sue mani, e le lacrime divennero un vincolo scintillante, inscindibile. Millenni dileguarono in lontananza, come uragani. Al suo collo piansi lacrime d'estasi per la nuova vita. - Fu questo il primo, unico sogno - e da allora sento un'eterna, immutabile fede nel cielo della notte e nella sua luce, l'amata.

(Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg, detto Novalis)

lunedì 4 aprile 2011

Pensieri scritti e dipinti

Ahimè, che cosa siete voi mai, miei pensieri scritti e dipinti? Appena un momento fa eravate ancora così variopinti, giovani e maliziosi, così pieni di aculei e di spezie segrete, che mi facevate ridere e starnutire, e ora? Vi siete già svestiti della vostra novità, e alcuni di voi sono pronti, temo, a diventare altrettante verità: tanto sembrano già immortali, con una proibità da spezzare il cuore, tanto noiosi! Ed è mai stato diversamente? Che cosa infatti scriviamo e dipingiamo noi, mandarini col pennello cinese, eternizzatori delle cose che si lasciano scrivere, che cosa soltanto siamo capaci di dipingere? Ahimè, sempre e soltanto quel che appunto vuole appassire e comincia a perdere la sua fragranza! Ahimè, sempre e soltanto temporali dileguanti e stremati e sentimenti tardi e ingialliti! Ahimè, sempre e soltanto uccelli che si stancarono di volare e fuggire e adesso si lasciano acchiappare con la mano, con la nostra mano! Noi eterniamo ciò che non può più vivere e volare a lungo, solamente cose stanche e afflosciate! Ed è soltanto per il vostro pomeriggio, o miei pensieri scritti e dipinti, che io ho colori, molti colori forse, molte variopinte tenerezze e cinquanta gialli e marroni e verdi e rossi, ma tutto questo non basta a far indovinare come apparivate nel vostro mattino, voi scintille e miracoli improvvisi della mia solitudine, voi, miei vecchi, amati, cattivi pensieri!

(Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, Che cos'è aristocratico?, 296)

lunedì 28 marzo 2011

domenica 27 febbraio 2011